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Se Samira
Makhmalbaf operasse in occidente verrebbe accusata di manierismo
d'autore. Invece è iraniana, ha fatto un film sull'Afghanistan
del dopo bombardamenti, e viene generalmente lodata portando
a casa premi e consensi. Ma in questo "Alle cineque della
sera" enfatizza le due tendenze del suo cinema, da una
parte la tensione al didatticismo, l'ossessione per lo studio
e l'apprendimento come via per l'autodeterminazione, dall'altra
la ricercatezza pittorica nella composizione dell'inquadratura,
senza riuscire mai a saldarle l'una all'altra. Ha un bell'occhio
Samira, lo si intuisce nella perfezione formale in cui orchestra
corpi, burka e ombrelli blu, ma il tutto stride con l'odissea
di povertà e disperazione in cui il suo sguardo per
lo meno poco rispettoso si immerge. Anche la via crucis bressoniana
nel finale appare forzata, ricerca di una densità tragica
che le è negata per mancanza di modestia.
Di: Giorgio
Nerone
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