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In questo
terzo episodio della saga americana all'insegna della risata,
il mio regno per una risata, il vecchio cast è alle
prese con un'esperienza che obbliga chiunque, sempre se dotato
di un cervello non esclusivamente collegato alle pulsioni
del suo apparato genitale, alla riflessione ed alla crescita:
il matrimonio.
Dalla domanda di matrimonio, rocambolescamente suggellata
in un ristorante con un lavoretto alla Lewinski, al finale
nel quale Finch si immerge in una vasca per dare piacere alla
mamma dell'odiato Stifler, il film esprime il meglio del pecoreccio's
humor.
Jim (Jason Biggs), bravo protagonista, dopo aver chiesto la
mano di Michelle (Alyson Hanningan), deve convincere i suoceri
dei suoi buoni propositi. Gli innumerevoli equivoci causati
da amici, cani e parenti costringono il nostro eroe a dare
di più. E allora via in tre ore a Chicago a cercare
la sarta dalla quale Michelle vorrebbe confezionato il vestito,
che, incontrata casualmente in un locale, si rivela un omosessuale
disposto, per magia, ad accontentare la sposa. Nello stesso
locale assistiamo ad una danza tra Stifler ed un energumeno
dalle maniere gentili che tenta di circuirlo tra flashdance
e lambade, con un risultato più goffo che stilizzato.
Poi è la volta della sorella della sposa (January Jones)
che arriva in aereo per dare un pò di aria fresca alla
mitica corsa alla pucchiacca. Oggetto del desiderio di Finch
e del rivale Stifler, i due si invertono i ruoli per catturare
la sua attenzione. L'addio al celibato con tedesca con frustino,
cameriera con spolverino e animatore con pantaloni senza tasche
posteriori, ci conducono alla cerimonia che, stranamente,
non riserva gags, ma, piuttosto, ci mostra i frutti delle
lezioni che Stifler, ancora una volta goffamente, tiene all'amico
Jim che all'inizio del film non sa ballare, ed alla fine,
non sfigura dando il via alle danze assieme alla novella moglie
che si lascia condurre in un brodo di giuggioloni.
Presentato come il più esilarante della serie, il film
che si ripropone di far ridere i puritani delle loro chiusure
mentali, non offre nulla in più, e forse molto di meno,
dei nostri B movie all'italiana, dove però Edwige Fenech
e Carmen Russo ci facevano per lo meno toccare con mano l'abbondanza
di risate che si possono scatenare intorno al sesso e tutto
ciò che è ambiguo e liberatorio.
I ragazzi non lavorano, non si chiedono cosa faranno da grandi,
sono figli di inetti genitori che pensano solo alla forma,
ma pronti a mettersi gli occhiali davanti ad un bel paio di
tette siliconate. I loro problemi non sono la casa, il numero
degli invitati, la lista di nozze per evitare doppi regali,
bensì il vestito di un sarto gay, la composizione floreale
appassita e degna di un pianto; la torta nuziale rigorosamente
a cinque piani piena di peli pubici dello sposo, e chi più
ne ha meno ne metta, altrimenti si rischia di "esagerare".
Se ai purit-ani basta un trattino per sorridere, figuriamoci
come possono scompisciarsi davanti all'ennesima scena di chiappe
mostrate dal finestrino ad una coppia che tenta un primo approccio.
Se Michael Moore cercava un protagonista ideale del suo ultimo
libro "stupid white men", forse dovrebbe dare un'occhiata
alla pellicola, c'è tutto quello che tira gli americani
e che loro continuano a sbatterci in faccia come torte, chiappe
e stagiste.
Di: Andrea
Monti
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