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Psichiatria
e cinema: un connubio che funziona da sempre, sia per la banale
considerazione che il genio artistico si accompagna alla sregolatezza,
sia per il precipuo lavoro degli attori: persone che entrano
proditoriamente in altre vite e dunque soggette a un consapevole
tasso di schizofrenia. L'attenzione, in tempi recenti, poi,
per film italiani come "Prendimi l'anima" di Roberto
Faenza o "Un viaggio chiamato amore" di Michele
Placido sono una piccola riprova della fascinazione esercitata
dalle storie al limite, dagli amori folli e scriteriati, a
volte, per potersi convincere che la Normalità non
esiste essendo, chi più chi meno, tutti pazzi.
In questo caso, prendi il fascino ruvido di Sonia Bergamasco
nei panni di una psichiatra in erba, mettile accanto il candore
naif di Ignazio Oliva nei panni del malato in TSO (trattamento
sanitario obbligatorio) per abusi familiari e altre sconcezze
del vivere, inevitabile che scocchi la scintilla, anzi una
passione rovente, alla faccia del vituperato concetto di transfert
freudiano; poco importa, però, il bellissimo montaggio
di Paolo Benassi, né le qualità recitative dei
due e una regia attenta, giacché i disturbi mentali
e comportamentali sono una cosa parecchio seria e le comunità
terapeutiche in Italia hanno problemi enormi. Se il film è
francamente così così, almeno prevalga la ragionevolezza...
Di: Vincenzo
Mazzaccaro
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