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Un Allen
che non ti aspetti... almeno in parte. Presenzialista (se
così si può dire, dopo l'apparizione al Festival
di Cannes), incredibilmente reattivo (per non dire aggressivo)
e persino critico nei confronti di una categoria fino ad oggi
rispettata (temuta?) dal nostro piccolo regista ebreo, come
lui stesso ha amato definirsi.
La confezione è quella dei tempi migliori, fotografia
e scene assicurano la solita qualità, e la sceneggiatura
scoppietta di battute fulminanti, anche se spesso richiamano
alla memoria dei grandi classici ben noti ai più assidui
'citazionisti' dell'ipocondriaco di Manhattan (vedi 'masturbazione'
e 'Arte' per fare due esempi...). Biggs e la Ricci sono perfettamente
nel ruolo e ci regalano una coppia di interpretazioni pregevoli
(sapientemente incorniciate dall'icona 'Rizzo' Channing e
dal 'regista in campo' Allen), soprattutto da parte del divo
di "American Pie", qui forse a una svolta della
sua carriera. Ironico, impacciato, nichilista, continuamente
impegnato in un dialogo con il pubblico (alla "Annie
Hall" per capirsi) si rivela capace e solido pur in un
ruolo che lo rende alter ego giovane del vecchio Allen, proprio
quando questi sembra aver assunto una nuova identità.
Ma e' la 'lezione' che traspare dal film a colpire. Davvero
il vuoto dell'universo dobbiamo risolverlo da soli? Davvero
gli analisti sono tutti ciarlatani? Davvero ognuno di noi
dovrebbe avere un'arma? Davvero tutto... e' come ogni altra
cosa? Aspettiamo risposte.
Di: Mattia
Pasquini
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