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E' un
raffinato (e anche a tratti disgustante...) gioco cinefilo
quello che Franco Maresco e Daniele Ciprì hanno deciso
di portare sullo schermo per "Il ritorno di Cagliostro",
storia del ritrovamento di un film perduto prodotto negli
anni Cinquanta in Sicilia su Giuseppe Balsamo, l'occultista
del diciottesimo secolo noto con il nome di 'Conte di Cagliostro'.
Non solo: il film racconta anche la tragicomica storia dei
fratelli Carmelo e Salvatore La Marca, praticamente due alter
ego ideali di Ciprì e Maresco: produttori cinematografici
ed ex fabbricanti di statue sacre, nel 1947 fondano a Palermo
la Trinacria Cinematografica con l'intento di 'far tremare'
Cinecittà e dare vita ad una piccola Hollywood siciliana.
Per questa titanica impresa contano sul fondamentale aiuto
del barone Cammarata.
Attraverso questa pellicola, i due autori intendono descrivere
un periodo del cinema non solo siciliano che è quello
dell'immediato dopoguerra. Da un lato quella fu un'epoca di
grandi innovazioni tecnologiche, come l'arrivo del colore
e del Cinemascope, dall'altro, un'era di grandi sogni infranti
per la cinematografia siciliana. I due, anche grazie alla
partecipazione di Robert Englund alias Freddy Krueger, raccontano
quel periodo con grande divertimento.
"Il ritorno di Cagliostro" non è, però,
un film cinefilo fine a se stesso sui B-movies di quegli anni,
bensì una storia in chiave comica su un gruppo di folli
e di perdenti. E' un film sull'imbecillità umana con
personaggi simpatici alla maniera dell'ispettore Clouseau,
che affrontano la lavorazione disastrosa di un film. In fondo,
un film dal tono filosofico che si interroga sul mondo, sull'uomo
e sull'assurdità della vita dove continua ad esserci
un modo di leggere l'umanità e la realtà analogo
a quello dei lavori precedenti della coppia.
Di: Lionello
Montenovi
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