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Il cielo
incombe minaccioso, sereno, con le sue nuvole scure su uno
dei tanti licei americani che affollano il nostro immaginario
collettivo cinematografico e che tra "American Pie"
e licei goliardici e casinari alla "Porkys" ha alimentato
per anni una falsa e commerciale "icona" del giovane
ragazzotto americano! Ma il cielo pesante come un "elefante",
che Gus Van Sant si ferma ad inquadrare nel film , giustamente
premiato con la Palma d'Oro al Festival di Cannes 2003, "Elephant"
(meritatissimo anche il Premio per la Migliore Regia), è
anche il silenzioso ed onnipresente testimone di una tragedia
immane (il fenomeno delle sparatorie nelle scuole americane
ha raggiunto livelli massimi) di fronte alla quale, al posto
di inutili e superficiali diatribe, inchieste sociologiche
e massmedialogiche adatte al pubblico di una seconda serata
televisiva, la macchina da presa di Van Sant diventa l'ossessiva
presenza e "compagna" di una gioventù sulla
soglia della maturità ed ancora in cerca di una propria
identità. Una normale giornata di scuola in cui gli
studenti/attori ( tutti i perfetti interpreti della pellicola
sono veri studenti di liceo) si muovono per i corridoi, i
cortili, le aule, la biblioteca e gli spogliatoi dell'edificio
scolastico facendoci sfiorare impercettibilmente le piccole
e grandi storie di questi ragazzi/e alle prese con la routine,
la noia, l'entusiasmo, la normalità di giornate sempre
identiche a se stesse. Nessun intento pedagogico o ricerca
di causa ed effetto nell'incollarsi alle spalle (altezza nuca)
di questi giovani americani per seguirne i loro percorsi prima
che i due studenti Alex ed Eric decidano di movimentare la
giornata sparando a raffica su compagni e professori. E si
ritorna al cielo con le sue nuvole che scorrono velocissime
con addosso un sottile ed intenso senso di stordimento, silenziosamente
stupiti ed annichiliti di fronte alle ragioni oscure che regolano
le vite degli uomini. E grazie a Gus Van Sant si fa ritorno
ad un cinema audace, rigoroso, puro che si interroga sui percorsi
buii dei destini umani senza mai porsi domande o cercare risposte
ma testimoniando solo l'esistere di una realtà giovanile
inquieta, nervosa, normale, romantica, disperata a qualsiasi
latitudine del mondo.
Di: Calogero
Messina
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