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Tratto
dal romanzo omonimo di Eric Emanuell Schmitt, che ha collaborato
anche alla sceneggiatura del film, "Monsieur Ibrahim
e i fiori del Corano" racconta la storia di una singolare
amicizia tra un adolescente francese ebreo e un immigrato
turco, gestore di un negozio di alimentari che - progressivamente
- si sostituisce al padre del ragazzo, quando questo dimostra
in pieno la propria anaffettività nei confronti del
figlio. Ambientato nella Parigi a cavallo dei primi anni Sessanta,
l'era ruggente della Nouvelle Vague (notevole il cameo di
Isabelle Adjani nei panni e nelle forme strizzate di una delle
dive dell'epoca), il film tocca con profondità temi
quali il rapporto genitori-figli e soprattutto quello dell'incontro-scontro
tra culture diverse e spesso conflittuali.
Sebbene la sua grande forza stia nell'impatto derivato dall'esplorazione
di sentimenti differenti e talora perfino contrastanti, il
film si affloscia in un finale prevedibile, più buonista
che altro, con Ibrahim che insiste nel ripetere a se stesso
come un mantra che tutto quello che sa è presente nel
suo Corano. La pellicola, così, anzichè enfatizzare
la profondità di sentimento e la spiritualità
dei personaggi, li banalizza trasformando Sharif in un ibrido
simile al famoso cinese dei cartoni animati di Nick Carter
che esordiva escalamando "Dice il saggio..."
Davvero un finale ingrato per un film esteticamente molto
interessante e brioso per tre quarti.
Di: Lionello
Montenovi
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