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Nel maggio
del '68 a Parigi migliaia di giovani compirono un tragitto
che portava da dentro a fuori. Estrinsecazione della propria
individualità nel pubblico, nel collettivo, uscita
per le strade a cercare di difendere e di imporre idee. Nel
frattempo, tre giovani si chiudono in un labirintico appartamento:
Theo e Isabelle sono gemelli morbosamente legati, incapaci
di camminare nel mondo da soli, Michael è lo straniero
che si unisce ai loro giochi, divenendo nel trio la 'coscienza'
che cerca di imporre il cambiamento, aprendo gli occhi ai
gemelli sulla sostanziale prigione che si stanno costruendo
addosso.
"The Dreamers" è un film sulla crescita,
sull'uscire da se stessi e sull'acquisizione di nuove consapevolezze.
Tragitto da dentro a fuori, ma in ottica esclusivamente 'privata'.
Un film sul cinema, soprattutto, in cui la Cinematheque Francaise
è la stella polare che indica la strada da seguire,
in cui brandelli di film magistralmente inseriti determinano
comportamenti, dibattiti, sfide. Il cinema: rinchiudersi in
una sala buia per andare fuori, partire per un viaggio in
uno spazio-tempo altro.
Bertolucci compie scelte coraggiose, firma una dichiarazione
d'amore verso la settima arte in un momento in cui molti sono
pronti a sotterrarne il cadavere, si attacca tenacemente ai
corpi e ai volti dei tre ragazzi risolvendo la dialettica
privato-pubblico a tutto vantaggio del primo termine. E infatti
non sembra più in grado di filmare il 'fuori', il pubblico,
come ci dimostra il finale sbagliato in cui cerca di ricongiungere
le due dimensioni, quasi un tentativo in extremis di recuperare
una visione 'classicamente' politica e di sottolineare, didascalicamente,
il buono e il cattivo del '68. Per questo farà discutere,
per questo sarà attaccato.
Di: Giorgio
Nerone
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